Gustavo Pietropolli Charmet: «Serve un’alleanza tra anziani e giovani. La voglia di essere amati ci rende simili»
di Manuela Porta
Per il fondatore dell’Istituto Minotauro di Milano, che da oltre cinquant’anni lavora con i ragazzi, bisogna costruire spazi dove ventenni e ottantenni possano progettare insieme il futuro: «Abbiamo più cose in comune di quanto pensiamo»
L’intervista è disponibile anche su Corriere.it
Un’arca generazionale, dove la parola «arca» sta per «anziani riconciliati con gli adolescenti»: uno scenario in cui senior e giovani convivono nella co- progettazione di ciò che vogliono essere e diventare. È l’immagine che emerge da Adolescenti intelligenti (Mimesis), l’ultimo libro di Gustavo Pietropolli Charmet, psichiatra e psicoterapeuta, esperto dell’età dello sviluppo e dell’adolescenza, fondatore dell’Istituto Minotauro di Milano.
Professore, da dove viene questa immagine?
«Ho ipotizzato un’arca in cui viaggiano giovani e anziani, ovvero persone che abbiano circa vent’anni e circa ottant’anni. Un viaggio ipotetico che può trasformarsi in realtà se creiamo quel confronto che i ragazzi chiedono e gli anziani si aspettano. Ci deve essere un punto di unione dove ritrovarsi, che dia la spinta a costruire insieme un nuovo scenario, scevro dal giudizio. Da noi longevi i giovani possono ascoltare sagge parole e racconti di vita, ma anche di morte, perché proprio attraverso di loro la morte verrà sconfitta: il mondo va avanti e l’impresa già avviata proseguirà con gli stessi ideali».
Quali sono le similitudini tra loro?
«Innanzitutto, la fatica di essere riconosciuti, voluti e amati. Una sorta di comune sensazione di non sentirsi rappresentati, di non essere presenti nella mente degli altri e nella società. E poi esiste un altro compagno onnipresente che li rende simili: la noia. Tutte queste somiglianze dovrebbero costituire una base condivisa, un plausibile terreno di intesa per una possibile cooperazione».
Professore, lei che anziano si sente?
«Mi percepisco più sereno. Dai 70 anni in poi mi sono scrollato di dosso il fardello delle responsabilità e dei sensi di colpa. Il modo di vivere si trasforma con gli anni: ora mi sento più leggero, libero di guardare al lavoro come riempimento, e nutro nei confronti dei giovani un atteggiamento di profonda cura e accudimento. Su quell’arca le due generazioni le vedo vivere e condividere in totale spensieratezza, allegria, leggerezza e serenità».
Quali domande fanno i giovani agli anziani?
«Oggi ci prodighiamo a curare più spesso la depressione che la felicità. I giovani ricercano ora la figura e la cultura dell’anziano che si dimostri appassionato, competente, interessato al contatto e alla conoscenza reciproca».
Cosa possono cercare gli anziani nelle relazioni con i giovani? «Immaginiamo di realizzare insieme uno spazio in cui costruire una rete articolata di sapere. Gli anziani si riconoscerebbero nelle sembianze, nelle fattezze, nel volto dei giovani, a dimostrazione che non è tutto finito con la propria generazione, ma che il testimone viene preso in mano. Sta a noi longevi, però, non smettere di guardarci attorno per cogliere se c’è qualcuno a cui interessa ereditare il nostro modo di stare al mondo».
In cosa i giovani stimano gli anziani?
«Per poter veramente passare il testimone bisogna che l’anziano sia appassionato di quello che ha fatto, che abbia voglia di raccontare la “leggenda” della propria esistenza, sintetizzando il più possibile e andando al cuore della vita. C’è una nuova autorevolezza che gli anziani potrebbero ricavare dal confronto, per realizzare insieme alle nuove generazioni un’azione trasformativa del mondo. Non si tratta di voler creare “il club per gli anziani” o il “centro di aggregazione giovanile”, ma qualcosa di inedito. Sembra un’utopia, ma può diventare realtà».

